Replica a E.Pasternak

Sono invece convinto che ci fu una soffiata. Da parte di chi? Alcuni anni or sono, nell’incontro già ricordato, io confidai a EB che sospettavo (pur senza pretendere di pronunciare una sentenza) del citato giornalista tedesco  Heinz  Schewe, che era arrivato a Mosca nel 1959, quale corrispondente del quotidiano “Welt” di Amburgo, e da allora aveva svolto anche l’incarico riservato di intermediario tra Feltrinelli e Pasternak, frequentando assiduamente  la casa di Olga. Ne sospettavo, aggiunsi, per cose molto gravi da lui incontestabilmente dette, scritte e fatte. Sennonché EB mi fermò con questa frase testuale: “Io amo Schewe”. Va bene, pensai, spesso l’amore è cieco. E adesso non starò qui a trascrivere le pagine del mio libro dedicate al suddetto giornalista. Però invito EB a leggerle o rileggerle e a meditare in particolare sulla domanda con cui le concludo alla fine del terzo capitolo. Se a tale domanda egli riuscirà a darmi una plausibile risposta assolutoria, io gli chiederò scusa pubblicamente.

— Il destino degli onorari di Pasternak accumulatisi nelle casse di Feltrinelli. Il 6 ottobre 1961 – riferisco quanto si legge in documenti dell’Archivio statale russo di storia contemporanea – una risoluzione del PCUS vietò di reclamare gli onorari di Pasternak, precisando che su questo argomento non si dovesse tornare mai più. In questo modo sarebbe stata respinta una richiesta degli eredi dello scrittore, la vedova Zinaida e i figli Evgheni e Leonid, benché essi avessero rinunciato, “per considerazioni politiche e morali”, alla parte degli onorari derivante dalle edizioni del “Dottor Zhivago”. Il 27 aprile 1967 – sempre secondo documenti dell’archivio summenzionato – un’altra risoluzione del PCUS consentì la rivendicazione dell’intera eredità di Pasternak, considerando, d’accordo con il ministro delle finanze dell’URSS e l’ambasciatore sovietico a Roma, che “questa misura avrebbe tolto a determinati circoli occidentali la possibilità di utilizzare per fini antisovietici le rilevanti somme dello scrittore scomparso”.

Quali novità c’erano state fra le due risoluzioni? Parecchie. Olga e la figlia, già condannate rispettivamente a otto e tre anni di reclusione  in un simulacro di processo celebrato a porte chiuse nel giro di poche ore, senza un’accusa che si reggesse in piedi, senza testimoni a discarico e senza possibilità di appello [tanto che nel 1988 la Corte suprema ne avrebbe finalmente annullato entrambe le assurde  sentenze per “insussistenza di reato”], avevano ottenuto un dimezzamento della pena in seguito al naufragio della “riabilitazione” di Pasternak e alle forti pressioni internazionali che l’avevano accompagnato. La figlia era stata liberata nel giugno 1962; la madre nel novembre 1964. Perciò, venuto meno anche il timore di ostacolare il rilascio di Olga con un’iniziativa sgradita al potere sovietico, io proposi a Feltrinelli di far uso della lettera autografa inviatagli da Pasternak il 25 dicembre 1957 così da sbloccare legalmente la metà degli onorari che mi era stata ceduta e istituire con quella somma un premio a nome dello scrittore. Seguirono un rifiuto senza spiegazioni;  poi l’apertura (1965) di un mio procedimento giudiziario contro la casa editrice Feltrinelli; poi ancora il fallito tentativo di quest’ultima, trascinatosi per mesi e mesi, di dimostrare che la lettera citata non poteva sostituire l’atto pubblico necessario per una donazione [mentre nel mio caso, trattandosi di remunerazione o  per lo meno di “donazione remuneratoria”, non c’era affatto bisogno del notaio]; e infine, il colpo di scena cui ricorse la convenuta quando si convinse ch’io non mi ero fatto una fotocopia della lettera in esame, il che era vero, e depositò in tribunale la lettera inviata da Pasternak a Feltrinelli esattamente un mese prima [quella a me fino allora sconosciuta ed ora corredata di un NO apocrifo], affermando ch’io mi ero confuso. A questo punto il giudice si sarà certamente reso conto dell’inganno in quanto fino ad allora, durante il lungo dibattimento in punto di diritto, le memorie presentate in tribunale dalla parte convenuta [e oggi consultabili a Roma presso l’Archivio di stato] si erano sempre riferite per forza di cose alla  metà degli onorari come ragione del contendere. Non mi dette però il tempo per raccogliere sufficienti pezze d’appoggio (l’onere della prova toccava a me) circa l’esistenza della lettera su cui verteva il procedimento e chiuse il procedimento col rigetto della mia domanda. Ricorsi allora in appello, dove non tardai molto, citando i primi testimoni, a rimontare la situazione: tanto che il potere sovietico, chiamato in soccorso da un Feltrinelli molto preoccupato,  prese al sommo livello la decisione di intervenire a gamba tesa nella vicenda. Formalmente, beninteso, a tutela degli eredi di Pasternak.

Che al potere sovietico gli eredi interessassero solo come oggetto di strumentalizzazione e raggiro è una verità che EB, per sua personale esperienza, giustamente non mette in dubbio. Tuttavia, non volendo ammettere che la questione di un premio Pasternak sia la chiave di lettura della vertenza giudiziaria protrattasi per otto anni, egli prova ad arrampicarsi sugli specchi. Da un lato attribuisce  lo stridente  contrasto fra le due summenzionate  risoluzioni del PCUS (l’una del 1961, l’altra del 1967) a una reviviscenza del “disgelo” che si sarebbe verificata dall’inizio degli anni sessanta; e dall’altro sostiene che  l’unico interesse sovietico nel rivendicare il denaro dello scrittore fosse quello di far affluire valuta pregiata nelle casse dello stato.

I presunti segni di un riammorbidimento del regime sovietico sarebbero consistiti, secondo EB, nella pubblicazione di “Una giornata di Ivan Denisovich” del futuro grande esule Solzhenitsin [pubblicazione spiegabile con  una svista burocratica, simile a quella che anni prima aveva permesso a Radio Mosca di annunciare l’uscita imminente del “Dottor Zhivago”], come pure in alcune ristampe di versi di Pasternak e nella prima edizione (con tagli insignificanti, egli precisa) di “Gente e situazioni” dello stesso Pasternak [opere che per la verità non potevano turbare i sonni del potere]. E ci mette pure, EB,  il fatto che Oòlga  e la figlia furono liberate dopo aver scontato solo la metà della pena [in quanto il vertice del  PCUS, per le specifiche ragioni che ho già ricordato, ritenne tutto sommato realistico compiere un eccezionale “atto di clemenza”]. Ma tutto ciò, secondo un detto russo, significa guardare qualche albero e non vedere la foresta.

Negli anni sessanta la politica estera sovietica, procedendo come di regola all’unisono con quella interna, determinò un drammatico inasprimento delle tensioni internazionali. I momenti cruciali furono il ritiro dell’URSS dalla Conferenza sul disarmo a Ginevra, l’inizio della costruzione del muro di Berlino, l’annuncio di nuovi esperimenti atomici nell’atmosfera, la crisi dei missili a Cuba in uno scenario da olocausto nucleare, la destabilizzazione di vari paesi africani con una largo impiego dei mercenari di Fidel Castro, l’invasione  armata della Cecoslovacchia e, a siglare la fine del decennio, gli scontri armati sovietico-cinesi sul confine dell’Ussuri. All’interno dell’URSS, parallelamente, l’economia mancò in larga misura gli obiettivi proclamati, il tenore di vita della popolazione rimase il più basso di tutti i grandi paesi industrializzati e il volto del regime assunse tratti sempre più intolleranti. A parte il caso anomalo di ”Una giornata di Ivan Denisovich”, le case editrici e le riviste non poterono più pubblicare quella pur circoscritta critica socio-politica che si era ad esempio manifestata, in anni ancora recenti, con i romanzi “Nella città natale” di Nekrasov e “Non di solo pane” di Dudintsev. Fioccarono le condanne al lager di intellettuali non conformisti (fra le più clamorose quelle di Daniel e Siniavski, studiosi di Pasternak che avevano pubblicato qualche loro libro all’estero). Si moltiplicò a passo esponenziale la repressione dei dissidenti in istituti psichiatrici (come il Serbski di Mosca) e in manicomi criminali (come quelli di Leningrado e Kazan). Ricominciò nell’ambito di una cultura estremamente frustrata, con i casi della poetessa  Ekaterina Ovchinnikova e dello scrittore Valentin Ovechkin, quella lunga catena di suicidi che da qualche tempo si era interrotta. Inutile continuare, mi sembra.

E a quanto ammontavano poi quei dollari di Pasternak che avrebbero suscitato  la bramosia del potere sovietico?  A qualche decina di milioni in valore attuale: cioè a quattro soldi rispetto al fabbisogno di uno stato immenso e malandato come l’URSS. Può essere dunque verosimile che per quei quattro soldi si organizzasse una massiccia (e costosissima) montatura internazionale con l’impegno dei più bei cervelli  del partito e del governo, con l’imbonimento  degli eredi naturali e cooptati, con le trasferte in mezza Europa della Iniurkolleghia (Collegio giuridico per l’estero), con il continuo ricorso alle consulenze di    avvocati italiani, con le mediazioni affidate all’ambasciatore e al console generale a Roma, ma soprattutto con il prodigarsi del KGB  nei tentativi di intimidazione, nell’allestimento di documenti falsi e in altre avventurose imprese? Non scherziamo. Nel caso in esame – non c’è altra spiegazione che possa conciliarsi col buon senso – soltanto lo spauracchio di un premio Pasternak poteva scatenare quel furore ideologico (un classico nel repertorio delle dittature)  che produce reazioni sproporzionate e ridicole.

— Da Galina a Katia. Sulla lettera dattiloscritta che Pasternak avrebbe dettato il 15 maggio 1960 a Galina Oborina, dandole l’incarico di farla arrivare a Feltrinelli, io sono stato chiarissimo. Dissi a EB, prima ancora di darne conferma nel mio libro, di aver creduto nell’autenticità di quella lettera quando nel mezzo della mia vertenza giudiziaria l’Oborina me ne dette una copia, accompagnandola con una dichiarazione giurata di conformità all’originale, e di essermi ricreduto qualche decennio più tardi, quando si scoprì senz’ombra di dubbio che l’Oborina era un agente del KGB, per la precisione del suo secondo  direttorato. Di questo però EB non si accontenta. Secondo lui io dovrei riconoscere per buone le dichiarazioni giurate, ad uso del tribunale di Milano, con cui due medici curanti di Pasternak sostennero che il 15 maggio il loro assistito stesse troppo male  per dettare una lettera. All’epoca, con una serie di testimonianze e ragionamenti io avevo contestato quelle dichiarazioni concludendo che esse manipolavano i dati clinici per retrodatare la fase terminale della malattia di Pasternak, lasciando facilmemente immaginare che dietro a quell’inganno ci fosse la mano pesante del KGB, e su questo punto a tutt’oggi non vedo  sicure prove in contrario. Anzi, costato che la “postfazione” di EB, tornando sul merito della mia contestazione, dà un ulteriore contributo al  balletto delle date e delle diagnosi quando asserisce [una novità]che il cancro di Pasternak fu scoperto per la prima volta il 15 maggio, lo stesso giorno della lettera dell’Oborina, mentre V. Ghiller (primario del policlinico del Fondo letterario dell’URSS a Mosca) giura nella sua  dichiarazione che  il cancro fu scoperto il 18 maggio, tre giorni dopo.

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