Replica a E.Pasternak

L’esecuzione di questo progetto cominciò più tardi del previsto a causa della ostilità di Feltrinelli verso la procuratrice: fatto che amareggiò profondamente Pasternak e si concluse quando quest’ultimo, ormai ben consapevole del pericolo cui l’avrebbe esposto il clamore di un  procedimento giudiziario minacciato dall’editore (“se con Feltrinelli è guerra, bisogna arrendersi” aveva scritto), chiese alla procuratrice, con grande imbarazzo e rammarico, di declinare il mandato. Era ormai l’inizio del 1960. Feltrinelli, rimasto detentore a tempo illimitato di tutto il denaro di Pasternak, mi accreditò il 10 marzo la somma fissata dallo scrittore.

In qualche misura avevo potuto rimediare al ritardo e alleviare la situazione di Pasternak cominciando a utilizzare una parte del dono [l’unico denaro che avevo accettato] per compiere due rimesse, l’una nell’ottobre 1959 e l’altra nel febbraio 1960. Per quest’ultima Pasternak mi firmò una ricevuta che non mi ero sognato di chiedergli, ma pubblicai dopo la sua morte per vanificare la favola sovietica di Olga “contrabbandiera di valuta” all’insaputa dello scrittore e a proprio esclusivo vantaggio.

Nella primavera 1960, dopo la costituzione del fondo, avviai l’organizzazione di una rimessa (molto più corposa e impegnativa delle precedenti) che si concluse, quando Pasternak era scomparso da due mesi, con la consegna dei rubli nelle mani di Olga: come era avvenuto le altre volte per disposizione dello scrittore.

Che cosa obietta  EB a proposito di questi fatti? Obietta che io avrei chiesto  molto più di un fondo per le rimesse in quanto Pasternak, nel rispondere alla mia proposta, scriveva fra l’altro di non poter conferirmi una procura generale sui suoi proventi, essendo questa già esercitata dalla de Proyart. Eppure nel mio libro, dove si specifica in nota che la minuta della mia proposta si trova [posso esibirgliela] fra le mie carte dell’epoca, ho spiegato  molto chiaramente la ragione vera di quella frase e del suo contesto. Ossia che Pasternak, allarmato per l’avversione di Feltrinelli nei confronti della de Proyart, intendeva servirsi della propria lettera, che necessariamente avrei mostrato all’editore, anche per ribadire in via indiretta e perciò più convincente, non a caso insistendo a lungo sulle doti professionali e umane della slavista parigina, che la procura era stata concepita non per offendere o vincolare Feltrinelli, bensì per alleggerire le sue incombenze grazie a una collaboratrice di altissimo livello. Ma EB non si ferma qui. In un altro punto delle sue “Annotazioni” descrive l’ultima rimessa, di cui mostra di ignorare tempi e modi, come la causa dell’arresto di Olga. Ne riparlerò.

 XXX

— La persecuzione contro Olga e la figlia. Ho sottolineato nel mio libro che il potere comunista si era preparato a colpire Olga ben prima di arrestarla. C’era una ragione di stato. Pasternak – nome troppo grande per essere definitivamente escluso dal pantheon della letteratura sovietica – doveva essere “riabilitato” post mortem mediante la demonizzazione della sua compagna e ispiratrice. In altre parole Olga andava bollata  come una donna cinica e infedele che avrebbe istigato Pasternak, ottimo cittadino anche se molto ingenuo, a scrivere un romanzo provocatorio; ossia come la vera e unica responsabile del prevedibile  scandalo  internazionale grazie al quale avrebbe progettato di arricchirsi Soprattutto per l’eccesso di zelo di alcuni gerarchi addetti alla bisogna, la “riabilitazione” si risolse in un misero fallimento, altrimenti con ogni probabilità sarebbe uscito ben presto nell’URSS, spacciato per autentico, un “Dottor Zhivago” così manomesso da qualificare l’autore per un premio Lenin alla memoria.

Olga non aveva dunque scampo. Alla Lubianka, quartier generale della polizia politica, l’avevano incastrata nel 1949, spedendola per quattro anni in un lager con un’accusa falsa e inverosimile: in realtà, per interrompere la sua  collaborazione con l’uomo che rifiutava di piegare il suo genio di poeta e scrittore ai canoni del “realismo socialista”. Figurarsi se adesso, sempre alla Lubianka, non sarebbero stati capaci di escogitare un pretesto qualsiasi, non importa se del  tutto campato in aria, per avviare un’operazione di immagine fortemente voluta dal regime.

Dalle memorie do Olga si ricava che i pretesti presi in considerazione furono parecchi. Il più strampalato lo tirò fuori il vicecapo del KGB, V. Tikunov, che arrivò ad accusare la donna, durante un interrogatorio, di essere l’autrice del “Dottor Zhivago”, sostenendo che Pasternak era semplicemente un prestanome. Ma alla fine l’arresto di Olga e (per buon mercato) della figlia fu motivato con il “contrabbando di valuta”. Donde la  condanna morale che, come ho ricordato, mi infligge EB.

Vediamo allora come sono andati i fatti. Verso la fine del luglio 1960 una giovane coppia (il marito italiano, la moglie slovena) giunse a Mosca en touriste a bordo di un maggiolino Volkswagen dove era accuratamente nascosta (in pacchetti, non in valige come suppone EB) una bella quantità di rubli.  I due presero posto in un grande albergo pieno di stranieri, si riposarono dalle fatiche del lungo viaggio automobilistico e l’indomani cominciarono a visitare la città, facendo uso esclusivamente di mezzi pubblici e guardandosi bene dall’usare un  telefono per mettersi in contatto con Olga. Fra l’altro, avendo ricevuto da me prima della partenza una mappa del centro di Mosca e precise istruzioni di comportamento, si fecero portare da un taxi nelle vicinanze del vicolo Potapovski, che poi raggiunsero a piedi, per osservare dall’esterno, senza fermarsi, il palazzo dove era l’appartamento dell’Ivinskaia. Uno o due giorni dopo, di pomeriggio, raggiunsero nuovamente il palazzo con  lo stesso sistema (prima in taxi e poi camminando) e salirono senza preavviso all’appartamento giusto. Aprì Olga ed essi, riconoscendola da come l’avevo descritta, le porsero un mio generico biglietto di  presentazione. Poi si informarono, con qualche gesto, se potessero parlare liberamente. Potevano. Olga, che in quel momento era sola, aveva scoperto una microspia nella sua casetta di Peredelkino, quando vi si incontrava ancora con Pasternak, e perciò si era ben accertata che non ce ne fosse un’altra nel suo appartamento moscovita. Si concordò (la signora slovena si destreggiava abbastanza bene in russo) che la sera del giorno successivo -  primo agosto – i  due coniugi sarebbero tornati in taxi con i rubli  che avrebbero tolto all’ultimo minuto dal maggiolino Volkswagen per sistemarli in due borse. E ciò avvenne puntualmente. Con il seguito di una cena che Olga volle offrire in casa.

Come per le precedenti consegne di denaro tutto insomma filò liscio. La polizia    non si accorse assolutamente di nulla, tanto è vero che  solo due  settimane dopo alcuni uomini del KGB fecero irruzione nel palazzo dove abitava Olga. Ma, come si legge nelle memorie di lei, non bussarono subito al suo appartamento, bensì a quello di un’ignara sarta abitante al piano di sotto, e lì forzarono a colpo sicuro una valigia chiusa a chiave: quella che Olga aveva lasciato giorni prima alla sarta stessa, dicendole che sarebbe ripassata, appena ne avesse avuto il tempo, per decidere le modifiche degli indumenti che aveva messo lì dentro. E fra gli indumenti saltarono fuori varie mazzette di rubli che furono sequestrate come corpo di reato.

Diversamente da EB io non ritengo che Olga avesse insospettito la polizia con qualche grossa imprudenza. Le molteplici e  dolorosissime prove subite nella vita le avevano di certo insegnato a non comportarsi da sprovveduta. Anche la storia di una motocicletta regalata al figlio, che sarebbe stato fermato e interrogato dalla polizia, è poco credibile. Per la prima volta l’ha raccontata in un articolo del 1961 il giornalista tedesco Heinz Schewe [sul quale tornerò fra un attimo], ma non se ne fa cenno nelle memorie della donna, che pure abbondano di particolari sulle circostanze che precedettero il suo arresto.

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