Replica a E.Pasternak

Per completezza d’informazione va anche detto che l’accusa di violenza contro Pasternak era stata già lanciata da altri, e gonfiata fino all’estremo, dopo il  crollo del regime sovietico. Ecco come andò. Alla fine degli anni novanta  EB stava procedendo giudizialmente (non credo che suo padre avrebbe gradito) contro la figlia ed erede di Olga, Irina Emelianova, per entrare in possesso dei documenti che sua madre (scomparsa poco prima) aveva ricevuto da Pasternak  e custodito in un armadio di cui conservo un preciso ricordo. Erano per lo più manoscritti di Pasternak, dattiloscritti corretti di suo pugno, vecchi libri divenuti rari o introvabili e  numerosissime lettere: insomma cose di notevole valore (in primo luogo affettivo) appartenute incontestabilmente ad Olga e sequestrate in occasione del  suo arresto. La controversia in tribunale, da cui uscì vincitore EB  (gli fu negato salvo errore solo il carteggio di Pasternak con Olga) suscitò con la sua risonanza un contraccolpo sconcertante. Dall’archivio dell’ex KGB uscì e approdò al giornale “Moskovski Komsomolets” una lettera che Olga, mentre scontava la propria condanna al lager, aveva indirizzato a Krusciov nella speranza di ottenere un gesto di clemenza. La lettera citava come titolo di merito la presunta violenza che aveva indotto Pasternak a pretendere  in prima persona dall’editore Feltrinelli la rinuncia alla pubblicazione del “Dottor Zhivago”. Senza precisare, si capisce, che  l’uscita del romanzo non poteva essere impedita a quel punto né in Italia né altrove. Eppure, commentando la lettera,  il “Moskovski Komsomolets”, anziché spiegare l’umano motivo di quella omissione, affermò che Olga era stata sempre una spia del KGB e come tale aveva controllato Pasternak fin dall’inizio della loro relazione. Un’inverosimile menzogna che con molta probabilità ha oggettivamente aiutato EB a vincere la sua azione giudiziaria.

— Come Pasternak cercò di compensarmi. Il 25 novembre 1957, due giorni dopo l’uscita del “Dottor Zhivago” in Italia, Pasternak scrisse e inviò non so per quale mezzo a Feltrinelli una lettera piena di calorosi ringraziamenti che concludeva con le seguenti parole. “Per Lei adesso ho una grande preghiera. Niente di ciò che è accaduto avrebbe potuto realizzarsi senza la partecipazione di S.d’A., il quale è stato in questo il nostro angelo custode. Benché l’aiuto di così alto livello  non possa essere valutato in denaro, mi dia una grande gioia, lo ricompensi, quando tornerà da Lei, per le illimitate perdite di tempo ed energie, ecco come. Dalla somma che Lei considera necessario conservarmi per il futuro detragga una parte significativa a beneficio di S.d’A., quella che Lei riterrà necessaria, e la raddoppi.” Di questa lettera io non seppi nulla per quasi un decennio.

 Il 25 dicembre 1957, quando alla vigilia del mio ritorno definitivo in Italia ci congedammo con una festicciola nell’appartamento dell’Ivinskaia, Pasternak mi dette una lettera da consegnare a Feltrinelli e mi invitò a leggerla subito in sua presenza. Fui sbalordito. Fra le altre cose, come raccontai in un articolo apparso sulla rivista “Vita” all’inizio degli anni sessanta, Pasternak disponeva di devolvermi “la metà e anche più” dei suoi proventi. [Col senno di poi non dubito che egli si fosse reso conto, in mancanza di un mio ringraziamento, che Feltrinelli aveva ignorato la disposizione a mio favore contenuta  nella lettera di un mese prima]. Come raccontai ancora nel citato articolo di “Vita”, io dapprincipio ci scherzai su, dichiarando che un’idea simile mi sarebbe  piaciuta la prossima volta, allorchè avremmo scritto  insieme un nuovo romanzo; e poi, giacché Pasternak  insisteva sulla sua esorbitante offerta, scrissi un grosso NO stampatello accanto alle righe che mi riguardavano, non volendo  che Feltrinelli,  nemmeno per un istante, pensasse ch’io avessi sollecitato un’offerta di quel genere. Pochi giorni dopo io consegnai questa lettera all’editore milanese, che in presenza di alcuni suoi influenti collaboratori mi elogiò per la rinuncia al denaro offertomi.

Il 2 febbraio 1959, in un lettera a Feltrinelli, Pasternak chiese che 110 mila dollari dei propri proventi fossero distribuiti in dono a diciassette persone residenti in Occidente. Aveva incluso anche me fra i donatari, sapendo per certo che io non avevo beneficiato dei suoi precedenti slanci di generosità, e me lo comunicò direttamente con la lettera del 6 aprile successivo, citata nel mio libro. ”In questo elenco” scriveva “ho destinato a Lei diecimila dollari, come alle mie sorelle, scusi se è così poco.” A distanza di due o tre settimane, appena mi riuscì di comunicare con lui, gli dichiarai che accettavo con estrema riconoscenza il suo  dono [che mi fu consegnato da Feltrinelli qualche mese più tardi].

Adducendo assurde motivazioni Feltrinelli dichiarerà nel 1966 che la lettera del 25 dicembre 1956 [quella con cui Pasternak intendeva devolvermi “la metà e anche più” dei suoi proventi”] non è mai esistita e che io l’ho confusa con la lettera di un mese prima [quella in cui Pasternak chiedeva all’editore di pensare a una “somma significativa”, da prelevare dai suoi proventi, e di versarmela raddoppiata]. Ma su ciò tornerò poi. Per il momento devo rilevare che EB si accoda allegramente al verbo di Feltrinelli nel proposito di  dipingermi (secondo il canovaccio della “postfazione”) come un individuo che avrebbe fatto ben poco per meritarsi la gratitudine di Pasternak e sarebbe stato sempre guidato da una truffaldina avidità di denaro. Ma devo nello tempo stesso osservare che la logica è contro di lui. Infatti, anche se per assurdo fossi stato proprio io a portare a Feltrinelli la lettera del 25 novembre [quella che mi assegnava il doppio di una “parte significativa” di tutti i proventi di Pasternak], e anche se per assurdo fossi stato proprio io a scrivere lì il NO [quello che una mano ignota, come dirò, aveva copiato dalla lettera del 25 dicembre], EB avrebbe il dovere di riconoscere onestamente il disinteresse manifestato con quel mio comportamento.

XXX

— Le rimesse di denaro a favore di Pasternak. Nel corso del linciaggio morale cui fu sottoposto dopo l’assegnazione del Premio Nobel (ottobre 1958), Pasternak fu anche espulso dall’Unione degli scrittori sovietici e privato delle uniche fonti di guadagno (pubblicazione di sue opere e traduzioni) sulle quali aveva potuto contare fino allora. Della disperata situazione in cui per conseguenza venne presto a trovarsi io fui via via informato in Italia, dove ero rientrato alla fine del 1957, da Olga e da altri amici comuni. Sicché, all’inizio della primavera 1959 gli scrissi che ero in grado, contando su persone assolutamente fidate, di inviargli brevi manu, in più rimesse, una parte dei suoi onorari conservati da Feltrinelli, e gli proposi, se questa strada gli fosse sembrata opportuna, di stabilire esattamente la somma che avrei dovuto ricevere e depositare su un apposito fondo [sic!] del quale mi sarei impegnato a dare periodici rendiconti a lui e all’Ivinskaia. In una lunga lettera del 6 aprile 1959 [riportata per intero nel mio libro] Pasternak si dichiarò favorevole alla mia idea purché essa fosse approvata [e lo fu] anche da Feltrinelli a dalla Signora  Jacqueline de Proyart,  slavista parigina cui aveva conferito da un paio di anni la procura per la gestione dei propri onorari [ancora trattenuti dell’editore milanese, che alla procura si opponeva fieramente] e per il  controllo delle proprie edizioni all’estero. Avendo ormai accertato che non c’era nessuna reale possibilità di ricevere in via ufficiale qualcosa dei suoi onorari esteri, Pasternak stabilì nella stessa lettera che al fondo rimesse fossero destinati 100 mila dollari e mi raccomandò di tentare la mia strada “anche subito, senza aspettare l’ultimo momento”.

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