Replica a E.Pasternak

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— Olga Ivinskaia e il suo amore per Pasternak, una storia di costante fedeltà e dedizione. Le manovre contro la pubblicazione del “Dottor Zhivago” ebbero inizio subito dopo il suo espatrio. Secondo un copione dettato dalle superiori autorità censorie, la casa editrice Goslitizdat, cui il romanzo era stato sottoposto, dapprima parlò  in termini alquanto vaghi di un rimaneggiamento da apportare al testo; poi insistette invano con Pasternak affinché firmasse una lettera prefabbricata in cui si esigeva la restituzione del  manoscritto per le necessarie modifiche; e infine ottenne che nel febbraio 1957 lo scrittore invitasse lo stesso Feltrinelli, con un’altra lettera pure prefabbricata, ad attendere almeno il settembre di quell’anno, quando il romanzo sarebbe apparso nell’URSS, prima di uscire con l’edizione italiana. In questa fase Olga  non  esitò a incontrare sia i responsabili della Goslitizdat, sia Polikarpov, il capo della Sezione cultura del PCUS, fingendosi cautamente possibilista con l’unico scopo di guadagnare tempo mentre il “Dottor Zhivago” avanzava in Italia. Insomma fece del suo meglio, come avrebbe fatto del resto anche in seguito, per evitare che Pasternak si esponesse più dello stretto necessario alle dirette pressioni dell’autorità, privandosi del vantaggio di rinviare le proprie risposte.

Adesso EB, nel polemizzare con me, sostiene che già allora Olga avrebbe agito  contro la volontà di Pasternak, mirando in sostanza ad accordarsi con le autorità su una versione addomesticata del romanzo. Ma questa accusa, come vedremo, è assolutamente priva di fondamento e nasce dall’interpretazione che EB, sbagliando e coltivando estensivamente il proprio errore, dà di un episodio successivo (agosto 1957).

La scadenza indicata per la pubblicazione del “Dottor Zhivago” in URSS era una menzogna che non lasciava molto tempo per le pressioni che il Partito comunista italiano – in un incontro col vertice del PCUS nel gennaio 1957 – si era impegnato ad esercitare su Feltrinelli,  per dissuaderlo dal pubblicare il “Dottor Zhivago”. Sotto queste pressioni l’editore milanese, che era allora un militante (di certo il più  ricco) del PCI, esitò per qualche mese. In maggio, però, egli decise di sciogliere il proprio legame col partito e di pubblicare il romanzo entro l’anno, attenendosi al testo originario, come mi assicurò allo scorcio di quel mese, quando lo incontrai a Milano durante una mia breve vacanza; e della sua decisione editoriale informò la Goslitizdat il 10 giugno, dichiarandosi convinto che i punti controversi del ”Dottor Zhivago”  non avrebbero suscitato né stupore né turbamento nel paese che aveva accolto coraggiosamente il rapporto segreto di Krusciov.

Dalle gerarchie sovietiche, comunque, questa notizia fu accolta malissimo: tanto più che Pasternak, da tempo ricoverato in ospedale per un attacco di artrosi molto grave e doloroso, non era abbastanza a portata di mano per essere sottoposto a intimidazioni e costretto ad esigere da Feltrinelli, con un telegramma a propria firma, la rinuncia alla pubblicazione del romanzo nel testo originario. Ragion per cui Polikarpov e il capo dell’Unione scrittori Surkov

intensificarono le pressioni su Olga affinchè si adoperasse per convincere lo scrittore a compiere quel passo che essi consideravano ormai indispensabile; e fu allora che Olga, pur essendo riuscita fino a quel momento a destreggiarsi, venne da me (la vedevo per la prima volta) e mi chiese di consigliarla. Io le riferii innanzi tutto il mio recentissimo colloquio di Milano, spiegandole che ormai la pubblicazione del “Dottor Zhivago” non poteva essere fermata in quanto Feltrinelli, della cui determinazione ero personalmente certo,   aveva già  passato in copia l’autentico testo russo del romanzo, insieme con il contratto per le royalties, a decine di editori occidentali che sicuramente non si sarebbero fatti condizionare da un veto di Mosca. Le dissi perciò di insistere nella tattica dilatoria finché Pasternak fosse dimesso dall’ospedale. Dopo di che, tutti insieme, ci saremmo consultati sul da farsi.

Lo scrittore tornò a casa in luglio, mi pare verso la fine del mese, ed ecco quel che successe. Ai primi d’agosto la segreteria del presidium del PCUS, verosimilmente su proposta di Polikarpov, tenne un seduta segreta alla quale  era stato invitato anche Pasternak. Questi non andò, adducendo ragioni di salute, ma venne comunque informato che la richiesta della lettera per Feltrinelli era stata avallata dal vertice del partito. E poco dopo, convocato da Polikarpov, preferì mandare Olga con un biglietto in cui si diceva pronto ad affrontare le immancabili sofferenze che toccavano a chiunque scrivesse la verità. Il gerarca andò su tutte le furie e ordinò a Olga di strappare subito il biglietto. Poi, trascorso qualche altro giorno, Pasternak fu di nuovo convocato da Polikapov e Surkov congiuntamente, e questa volta non poté ancora negarsi. L’incontro non  durò molto. I due dissero allo scrittore che, essendo  il suo tempo scaduto, egli doveva finalmente firmare la lettera o subire “conseguenze molto spiacevoli”: in parole povere la condanna al lager. E Pasternak rispose che non avrebbe firmato.

A questo punto Olga mi raccomandò fra le lacrime di parlare subito con Pasternak ed io non mi tirai indietro. Presente Olga, dissi allo scrittore che egli  aveva raggiunto lo scopo principale della sua vita, non essendoci ormai il minimo dubbio che  il “Dottor Zhivago”, quello autentico, avrebbe fatto molto presto il giro del mondo, e quindi non ritenevo affatto ragionevole sfidare un “potere idiota ma corazzato di ferro” (parole sue), anzi talmente idiota da agitarsi goffamente per chiudere la stalla dopo la fuga dei buoi. Aggiunsi, poiché gli pesava l’idea che Feltrinelli lo prendesse per pazzo o vigliacco, che l’editore non avrebbe creduto nemmeno per un istante alla lettera estorta e che in ogni caso io gli avrei fatto sapere al più presto che cosa era davvero accaduto. Sulle prime Pasternak, per uno scatto di orgoglio più che comprensibile, reagì con irritazione al mio ragionamento, ma alla fine lo accettò con affettuosa gratitudine. Salvandosi.

Con riferimento a questo episodio EB si indigna, accusa Olga e me di aver violentato la coscienza e la dignità di Pasternak. Ma al nostro posto che cosa avrebbe fatto? Avrebbe davvero optato per l’autodistruzione di suo padre? Io sono convinto che anche qui come in altri casi EB sia stato semplicemente tradito – come ho premesso all’inizio di questa replica – dalla sua pretesa di sapere tutto anche sui retroscena politici del caso “Dottor Zhivago”, mentre in realtà egli non li ha vissuti ma solo ricostruiti per sentito dire (specialmente da personaggi inattendibili).

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